9 / germania anni venti espressionismo.

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Le ombre nella Repubblica di Weimar avevano una consistenza solida, quasi tattile. Per comprendere l’espressionismo cinematografico degli anni Venti, bisogna immaginare una Germania uscita a pezzi dalla Grande Guerra, dove l’inflazione galoppante e il trauma collettivo non cercavano sfogo nel realismo, ma nella deformazione della realtà.

Il cinema divenne il mezzo perfetto per proiettare sul grande schermo gli incubi di una nazione, trasformando la scenografia, le luci e il trucco in estensioni dirette della psiche umana.


L’estetica del delirio: Luci e Scenografie

L’espressionismo si riconosce prima di tutto dagli occhi. Le scenografie, curate da artisti come Hermann Warm, rifiutavano la prospettiva naturale in favore di angoli acuti, linee sghembe e proporzioni impossibili. L’idea era semplice quanto radicale: se il mondo interno è distorto, il mondo esterno deve seguirlo.

  • Chiaroscuro estremo: La luce non serviva a illuminare, ma a scolpire. Le ombre venivano spesso dipinte direttamente sulle scenografie (come ne Il gabinetto del dottor Caligari) per garantire che l’oscurità non si muovesse mai, diventando una prigione perenne per i personaggi.
  • Recitazione antinaturalistica: Gli attori non recitavano; incarnavano stati d’animo. I movimenti erano scattanti, teatrali, quasi marionettistici, con un trucco pesante che enfatizzava le occhiaie e i lineamenti scavati.

I tre pilastri del movimento

1. Robert Wiene e l’ipnosi collettiva

Con Il gabinetto del dottor Caligari (1920), Wiene stabilì il canone. È la storia di un sonnambulo usato come sicario da un inquietante dottore, ma la vera protagonista è l’instabilità mentale.

Curiosità: Inizialmente, il film non doveva avere la celebre cornice narrativa che mette in dubbio la sanità mentale del protagonista. Fu una scelta produttiva per rendere la critica all’autorità meno diretta e “pericolosa” per l’epoca.

2. F.W. Murnau e il terrore naturale

Mentre gli altri si chiudevano nei teatri di posa, Murnau portò l’espressionismo all’aperto con Nosferatu il vampiro (1922). Qui la distorsione non nasce da scenografie di cartapesta, ma da un uso magistrale del montaggio e delle inquadrature dal basso.

  • Max Schreck: L’attore che interpretava il conte Orlok fu così inquietante e “reale” che nacquero leggende metropolitane (alimentate anche dal film L’ombra del vampiro) secondo cui fosse un vero vampiro assoldato dal regista.

3. Fritz Lang e la grandiosità meccanica

Se Wiene guardava al passato gotico, Lang guardava al futuro. Metropolis (1927) è l’apice tecnico del periodo. Scritto insieme a Thea von Harbou, il film fonde l’espressionismo con suggestioni Art Déco e futuriste.

  • Effetti Speciali: Il direttore della fotografia Karl Freund e l’esperto di effetti Eugen Schüfftan inventarono il “procedimento Schüfftan”, che utilizzava specchi per proiettare gli attori all’interno di modellini in miniatura, creando l’illusione di scenografie ciclopiche altrimenti impossibili da costruire.

Un’eredità che non muore

L’espressionismo finì ufficialmente con l’avvento del sonoro e la fuga dei talenti verso Hollywood a causa del nazismo. Tuttavia, il DNA di queste pellicole è sopravvissuto nel cinema noir degli anni Quaranta (dove le ombre rimasero protagoniste) e, molto più tardi, nell’estetica di registi come Tim Burton.

Senza le visioni distorte di Wiene o le geometrie opprimenti di Lang, probabilmente non avremmo l’oscurità di Gotham City o i contrasti psicologici del thriller moderno. Quegli anni Venti furono un laboratorio di sogni che avevano, per la prima volta, il coraggio di essere incubi.

Lo studente di Praga (Der Student von Prag) – (1913) di Stellan Rye.

Se l’Espressionismo degli anni Venti è stato il grido di una nazione ferita, Lo studente di Praga (Der Student von Prag) del 1913 ne è stato il respiro profondo e inquietante, il presagio di ciò che sarebbe venuto. Spesso citato come il primo vero “film d’autore” (Autorenfilm) della storia del cinema, questa pellicola segna il momento esatto in cui la settima arte ha smesso di essere una curiosità da fiera per diventare uno strumento d’indagine dell’anima.

Un patto con l’ombra

Al centro del racconto troviamo Balduin, uno studente povero e abile spadaccino, interpretato da un monumentale Paul Wegener. In cerca di fortuna per conquistare una contessa, Balduin accetta un patto faustiano con il misterioso Scapinelli: centomila monete d’oro in cambio di “qualsiasi cosa si trovi nella stanza”. Scapinelli non sceglie l’oro o i mobili, ma il riflesso di Balduin nello specchio. Da quel momento, il sosia (Doppelgänger) inizia a perseguitare lo studente, diventando l’incarnazione fisica della sua colpa e della sua rovina.

La sceneggiatura, firmata da Hanns Heinz Ewers, attinge a piene mani dalla letteratura romantica e gotica, mescolando suggestioni di E.T.A. Hoffmann, l’estetica di Edgar Allan Poe e la leggenda di Faust. Ma la vera rivoluzione non sta nel testo, bensì nella capacità del regista danese Stellan Rye di tradurre l’angoscia letteraria in linguaggio puramente visivo.

L’occhio di Guido Seeber

Il merito della riuscita tecnica e atmosferica del film va attribuito in larga parte a Guido Seeber, il direttore della fotografia. In un’epoca in cui la cinepresa era quasi sempre statica, Seeber utilizzò trucchi ottici d’avanguardia per l’epoca.

L’uso della doppia esposizione per permettere a Paul Wegener di apparire contemporaneamente sullo schermo — sia come Balduin che come il suo riflesso — fu un prodigio tecnico che lasciò il pubblico del 1913 letteralmente sbalordito. Non si trattava di un semplice effetto speciale fine a se stesso, ma del primo esempio di come la tecnica cinematografica potesse essere utilizzata per rappresentare una scissione psichica.


Curiosità e retroscena

  • L’ossessione di Wegener: Paul Wegener, che proveniva dal teatro di Max Reinhardt, rimase così affascinato dalle possibilità del cinema durante questa produzione che dedicò il resto della sua carriera a esplorare il fantastico, arrivando poi a dirigere e interpretare le tre versioni del Golem.
  • Praga dal vivo: A differenza dei successivi film espressionisti degli anni Venti, che venivano girati quasi interamente in teatri di posa con scenografie distorte e dipinte, Lo studente di Praga fu girato in gran parte on location nella vera Praga. Le atmosfere gotiche sono quindi reali, “scovate” dalla cinepresa tra i vicoli e i cimiteri della città boema, piuttosto che costruite in studio.
  • Il padre della psicanalisi: Il film è talmente denso di simbolismi legati al tema del “doppio” che divenne oggetto di studio per Otto Rank, allievo di Freud, nel suo celebre saggio del 1914 Il doppio. È forse uno dei rari casi in cui un film ha influenzato direttamente la teoria psicanalitica nascente.

Oltre il riflesso

Guardando oggi la pellicola di Rye, si percepisce una tensione che va oltre il genere horror. È una riflessione amara sulla perdita dell’identità in una società che cominciava a mercificare ogni cosa, persino l’immagine di sé. La recitazione di Wegener, ancora legata a certi stilemi teatrali ma già capace di sfumature psicologiche profonde, regge il peso di un film che non ha bisogno di dialoghi per trasmettere un senso di ineluttabile fatalità.

Non è un caso che il film sia stato rifatto più volte (memorabile la versione del 1926 di Henrik Galeen), ma l’originale del 1913 conserva una purezza primitiva, un senso di scoperta del potere magico — e talvolta demoniaco — della cinepresa che resta insuperato.

Si potrebbe dire che Scapinelli, portando via il riflesso di Balduin, non abbia fatto altro che anticipare ciò che il cinema fa con tutti noi: catturare la nostra immagine e renderla indipendente, capace di sopravviverci e, talvolta, di tormentarci con la sua perfezione immobile. Una battuta sagace? Beh, Balduin ha scoperto a sue spese che “ritrovarsi allo specchio” non è sempre una buona notizia, specialmente se il tuo riflesso ha piani migliori per la serata rispetto ai tuoi.

Il gabinetto del dottor Caligari 

(Das Cabinet des Dr. Caligari) 

(1920) di Robert Wiene 

Se c’è un momento esatto in cui il cinema ha smesso di essere lo specchio della realtà per diventare lo specchio deformante dell’anima, quel momento coincide con l’uscita nelle sale di Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari) nel febbraio del 1920. Diretto da Robert Wiene, il film non è semplicemente una pellicola di genere horror; è il manifesto visivo di una nazione in frantumi, la Germania della Repubblica di Weimar, che cercava di dare una forma tangibile ai propri incubi post-bellici.

La genesi di un incubo collettivo

La storia della nascita del film è affascinante quanto la trama stessa. La sceneggiatura fu scritta da Hans Janowitz e Carl Mayer, due giovani veterani della Grande Guerra che nutrivano un profondo odio verso l’autorità militare e l’establishment che li aveva mandati al massacro. Il personaggio di Caligari, un ipnotizzatore che utilizza un sonnambulo per compiere omicidi, doveva essere originariamente una metafora dello Stato tedesco: un’autorità folle e onnipotente che manipola i cittadini comuni (il sonnambulo Cesare) per scopi violenti.

C’è una curiosità legata all’ispirazione della storia: Janowitz raccontò di essere stato colpito, anni prima ad Amburgo, da un uomo misterioso che sembrava osservarlo dall’oscurità durante una fiera, poco prima che una giovane donna venisse assassinata nelle vicinanze. Quell’ombra, quel senso di minaccia invisibile, divenne il seme da cui germogliò la figura di Caligari.

L’estetica della distorsione: Scenografia e Luci

Ciò che rende questo film immediatamente riconoscibile è il suo rifiuto totale del realismo. Inizialmente, la produzione avrebbe dovuto essere più convenzionale, ma il budget limitato e l’intuizione degli scenografi Hermann Warm, Walter Reimann e Walter Röhrig portarono a una scelta radicale. Warm pronunciò una frase che sarebbe rimasta nella storia del cinema: “I film devono essere disegni che prendono vita”.

Le scenografie di Caligari sono costituite da tele dipinte, dove le linee rette e gli angoli di 90 gradi sono stati banditi. Le finestre sono a forma di freccia, le porte sono sghembe, le strade si avvitano su se stesse in prospettive impossibili. Questo non era solo un espediente stilistico, ma una necessità narrativa: il mondo di Caligari è visto attraverso la lente della pazzia.

Un aspetto tecnico fondamentale riguarda l’illuminazione. Il direttore della fotografia Willy Hameister si trovò di fronte a una sfida inedita: le ombre non potevano essere gestite solo con i proiettori dell’epoca, che non erano abbastanza potenti per creare i contrasti netti richiesti dall’estetica espressionista. La soluzione fu tanto semplice quanto geniale: le ombre vennero dipinte direttamente sul pavimento e sulle pareti. Questo significa che la luce nel film è “congelata”, immobile, creando un senso di claustrofobia e inevitabilità che nessun’altra tecnica avrebbe potuto replicare.

La danza macabra di Cesare e il carisma di Krauss

Il successo del film dipende in gran parte dalle interpretazioni dei suoi protagonisti. Werner Krauss, nel ruolo del dottor Caligari, offre una performance carica di una malignità teatrale, quasi animalesca. I suoi movimenti sono rapidi, nervosi, sottolineati da un trucco pesante che ne trasfigura il volto in una maschera di ambizione psicotica.

Tuttavia, è Conrad Veidt nel ruolo di Cesare, il sonnambulo, a essere entrato definitivamente nell’iconografia cinematografica. Veidt, un attore dalla fisicità straordinaria, interpreta Cesare con una grazia inquietante. Quando Cesare si muove radente ai muri, sembra quasi fondersi con le scenografie dipinte. La sua silhouette lunga e sottile, vestita di nero, è diventata il prototipo per decine di creature del cinema fantastico, da Dracula a Edward Mani di Forbice.

Un aneddoto interessante riguarda proprio la scena in cui Cesare rapisce Jane (interpretata da Lil Dagover). La Dagover, stella del cinema tedesco dell’epoca, dovette essere trasportata da Veidt attraverso le scenografie inclinate. Nonostante l’apparente fragilità dell’attore, Veidt riuscì a girare la sequenza con una fluidità tale da rendere ancora oggi quel momento uno dei più poetici e terrificanti del film.

La controversia della “cornice” narrativa

Uno degli aspetti più dibattuti da critici e storici del cinema è l’introduzione della cornice narrativa: l’inizio e la fine del film in cui scopriamo che il narratore, Francis (Friedrich Fehér), è in realtà un paziente di un manicomio e che Caligari è il suo medico curante.

Originariamente, Janowitz e Mayer non volevano questo “twist”. Robert Wiene, con il supporto della produzione, lo inserì per attenuare la carica sovversiva del racconto. Se tutto è frutto della mente di un pazzo, la critica all’autorità svanisce o, quantomeno, viene depotenziata. Il celebre critico Siegfried Kracauer, nel suo saggio Da Caligari a Hitler, sostenne che questo cambiamento riflettesse la tendenza rassegnata del popolo tedesco a rifugiarsi nella sottomissione all’autorità, presagendo l’ascesa del nazismo.

C’è da dire, però, che a livello puramente cinematografico, la cornice aggiunge un livello di ambiguità affascinante. Il finale ci mostra un Caligari “buono” che dichiara di poter finalmente curare Francis ora che conosce la natura della sua ossessione, ma il suo sguardo finale alla cinepresa rimane ambiguo, lasciando lo spettatore con un dubbio atroce: chi è il vero pazzo?

Impatto culturale e ricezione

Quando il film fu presentato a Berlino, il pubblico rimase scioccato. Il termine “Caligarismo” entrò nel vocabolario critico per descrivere tutto ciò che era distorto, oscuro e psicologicamente perturbante. Oltreoceano, negli Stati Uniti, il film fu accolto come una rivelazione artistica, costringendo Hollywood a rendersi conto che il cinema poteva essere qualcosa di più di una semplice narrazione lineare.

Non mancarono le critiche: alcuni spettatori si lamentarono del fatto che il film causasse mal di testa a causa delle prospettive distorte, mentre altri lo trovarono troppo “teatrale”. Eppure, la forza visiva del film era tale che persino le recensioni negative dovevano ammetterne l’originalità assoluta.

Curiosità tecniche e artistiche

  • Il budget: Nonostante l’aspetto imponente, il film fu girato in sole tre settimane con un budget ridottissimo. L’uso della tela dipinta non fu solo una scelta estetica, ma un modo per risparmiare sui materiali da costruzione.
  • Fritz Lang: Inizialmente la regia era stata offerta a Fritz Lang. Egli dovette rinunciare perché impegnato nelle riprese di I ragni, ma si dice che fu proprio lui a suggerire l’aggiunta della cornice narrativa per rendere la storia più accettabile per il grande pubblico.
  • Colonna sonora: Essendo un film muto, la musica era affidata alle orchestre in sala. Nel corso dei decenni, decine di compositori hanno scritto nuove partiture per il film, da orchestre sinfoniche a musicisti elettronici, a dimostrazione di quanto le immagini di Wiene siano capaci di dialogare con ogni epoca.
  • Niente spoiler, ma… prestate attenzione alla scena del diario di Caligari. È uno dei primi esempi di come il “testo nel film” possa diventare un elemento visivo angosciante, con le parole che sembrano fluttuare nell’aria per tormentare la mente del dottore.

L’eredità di un’ombra perenne

Oggi, guardare Il gabinetto del dottor Caligari significa tornare alle radici della psicologia moderna applicata all’immagine. Senza le intuizioni di Wiene e del suo team creativo, il cinema noir non avrebbe avuto le sue ombre profonde e registi come Alfred Hitchcock o Tim Burton avrebbero probabilmente avuto carriere molto diverse.

Il film ci ricorda che il terrore più profondo non nasce da ciò che vediamo, ma da come lo percepiamo. In un mondo dove le linee sono storte e i sonnambuli uccidono per conto di medici pazzi, l’unica certezza è l’incertezza. Come direbbe un moderno spettatore dopo la visione: “Dopo Caligari, persino l’arredamento di casa mia sembra volermi nascondere qualcosa”. Forse la vera battuta è che, dopo cent’anni, non abbiamo ancora trovato un modo per raddrizzare quelle pareti storte che abbiamo dentro.

Nosferatu il vampiro

 (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens) (1922)

 di Friedrich Wilhelm Murnau 

Le leggende del cinema spesso nascono da un atto di ribellione o da un colpo di fortuna, ma nel caso di Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens), la sopravvivenza stessa della pellicola è un miracolo che rasenta il soprannaturale. Se oggi possiamo ancora lasciarci ipnotizzare dalle dita artigliate del Conte Orlok, lo dobbiamo a qualche copia clandestina sfuggita alla distruzione ordinata dai tribunali inglesi dopo che Florence Stoker, vedova dell’autore di Dracula, aveva vinto una causa per violazione del copyright. Prana Film, la casa di produzione fondata dall’occultista Albin Grau, aveva infatti tentato di aggirare i diritti d’autore cambiando i nomi dei personaggi, trasformando il Conte Dracula in Orlok e i vampiri in “Nosferatu”, termine che erroneamente si credeva significasse “non morto” in rumeno. Ma l’anima del libro era troppo evidente per essere nascosta dietro un cambio di etichetta.

La natura come palcoscenico dell’incubo

A differenza dei suoi contemporanei, come Robert Wiene che per Il gabinetto del dottor Caligari aveva scelto la claustrofobia di scenografie dipinte e sghembe, Friedrich Wilhelm Murnau decise di portare l’Espressionismo fuori dai teatri di posa. Questa fu la sua vera intuizione rivoluzionaria. Il regista, supportato dalla fotografia di Fritz Arno Wagner, utilizzò boschi reali, castelli in rovina e le strade di Lubecca e Wismar per creare una distorsione della realtà ancora più sottile e inquietante. In Nosferatu, la natura stessa sembra ammalarsi della presenza del vampiro.

Le inquadrature dal basso, l’uso magistrale del montaggio e la scelta di girare in esterni rendono il mondo di Hutter (l’equivalente di Jonathan Harker, interpretato da Gustav von Wangenheim) un luogo dove l’ordinario scivola lentamente nel mostruoso. C’è una curiosità tecnica che spesso sfugge: per rendere il viaggio della carrozza verso il castello di Orlok un’esperienza “altra”, Murnau utilizzò il negativo della pellicola. Gli alberi bianchi su sfondo nero proiettano lo spettatore in una dimensione spettrale che nessun effetto digitale moderno saprebbe replicare con la stessa carica di angoscia primordiale.

L’enigma di Max Schreck

Parlare di questo film senza soffermarsi su Max Schreck sarebbe come discutere della Cappella Sistina ignorando Michelangelo. La sua interpretazione è così radicale da aver alimentato per decenni il mito che l’attore fosse un vero vampiro, un’idea poi celebrata nel film L’ombra del vampiro del 2000. Schreck — il cui cognome, ironia della sorte, significa proprio “terrore” — non interpreta un seduttore aristocratico come farà poi Bela Lugosi. Il suo Orlok è un essere ripugnante, un ibrido tra un uomo e un ratto, con orecchie a punta e incisivi centrali aguzzi che richiamano i roditori portatori di peste.

La sua recitazione è fatta di immobilismo geratico e movimenti improvvisi, quasi meccanici. La scena in cui sorge dalla bara sulla nave Empusa non è solo un momento di cinema epico, ma una lezione di prossemica: il corpo rigido che si solleva senza l’uso delle braccia è un trucco meccanico semplice, ma la sua efficacia è ancora oggi devastante. Schreck non cercava il realismo, cercava l’astrazione del male. Una battuta sagace? Si potrebbe dire che Orlok sia stato il primo pendolare della storia a viaggiare con il proprio terreno sotto i piedi, anche se il suo concetto di “bagaglio a mano” era decisamente ingombrante.

L’estetica della sinfonia e il ruolo di Albin Grau

Il sottotitolo, Una sinfonia dell’orrore, non è un vezzo poetico. Il film è strutturato con un ritmo musicale, diviso in atti che crescono in tensione fino all’alba finale. Un ruolo fondamentale in questa costruzione lo ebbe il già citato Albin Grau. Non fu solo il produttore, ma anche lo scenografo e il costumista, portando nel film le sue conoscenze esoteriche. Grau era un membro di società segrete e infuse nella pellicola simbolismi legati all’occultismo dell’epoca.

I contratti firmati da Orlok sono pieni di simboli alchemici e astrologici reali, non scarabocchi casuali. Questo livello di dettaglio aggiunge uno strato di autenticità oscura che vibra sotto la superficie della narrazione. Anche la scelta di Greta Schröder per il ruolo di Ellen (Mina nel libro) non fu casuale: il suo volto diafano e la sua recitazione intensa servivano a bilanciare la fisicità grezza di Schreck, portando il film su un piano di sacrificio mistico che eleva la trama dal semplice horror alla tragedia metafisica.

La peste come metafora sociale

Visto con gli occhi di chi ha vissuto la Germania del 1922, il vampiro di Murnau non era solo un mostro dei racconti popolari. Era la peste, la guerra, la fame. La sequenza delle bare trasportate per le vie della città è una delle immagini più potenti della storia del cinema e rifletteva direttamente i traumi della Grande Guerra e dell’influenza spagnola che avevano decimato l’Europa solo pochi anni prima.

Murnau, insieme allo sceneggiatore Henrik Galeen, trasforma il vampiro in un catalizzatore di morte collettiva. Non morde solo per nutrirsi, ma porta con sé un esercito di ratti che infetta l’intero tessuto sociale. Tecnicamente, l’uso di ombre lunghe e profili taglienti enfatizza questa invasione dell’oscurità nel quotidiano. La celebre inquadratura dell’ombra della mano di Orlok che stringe il cuore di Ellen sulla parete della camera da letto è un esempio perfetto di come l’Espressionismo riesca a rendere tangibile l’invisibile: il male non ha bisogno di toccarti fisicamente se può ghermirti l’anima attraverso l’oscurità.

Un’eredità immortale

Nonostante il tentativo della famiglia Stoker di cancellare ogni traccia del film, Nosferatu è diventato il DNA di tutto il cinema horror a venire. Il montaggio alternato che Murnau utilizza per collegare la navigazione di Orlok all’attesa angosciante di Ellen era all’avanguardia per l’epoca, creando una connessione psichica tra preda e predatore che prescinde dallo spazio fisico.

Il film evita le spiegazioni didascaliche, preferendo parlare attraverso i contrasti di luce e le inquadrature che isolano i personaggi in scenari grandiosi e indifferenti. La figura di Orlok, pur essendo un predatore, emana una solitudine cosmica, quasi una stanchezza millenaria che lo rende una delle figure più tragiche del grande schermo.

Curiosamente, nonostante la sua importanza storica, Nosferatu fu l’unico film prodotto dalla Prana Film, che dichiarò bancarotta proprio a causa delle spese legali della causa Stoker. Si potrebbe dire che il vampiro abbia succhiato la vita persino ai suoi creatori, lasciandoci però in eredità una visione che, a differenza dei suoi protagonisti, non teme la luce del sole del nuovo millennio. Se oggi i vampiri cinematografici sono spesso ridotti a modelli da copertina con crisi esistenziali, tornare a Murnau significa riscoprire che il vero terrore non ha bisogno di parole, ma solo di un’ombra che si allunga inesorabilmente verso di noi.

Metropolis (1927) diretto da Fritz Lang 

Quando Fritz Lang vide per la prima volta lo skyline di New York dal ponte della SS Deutschland nel 1924, non vide semplicemente una metropoli: vide un presagio. Quella foresta di cemento e luci, che allora rappresentava l’apice della modernità, divenne la scintilla per quello che sarebbe stato l’ultimo e più opulento sforzo monumentale del cinema muto tedesco: Metropolis (1927). Prodotto dalla UFA in un momento di fragilità economica estrema, il film rischiò di far fallire lo studio, trasformandosi in un cantiere infinito durato 310 giorni di riprese, con un impiego di mezzi che farebbe impallidire molte produzioni contemporanee.

L’architettura del potere e del dolore

La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Lang e dalla moglie Thea von Harbou, delinea una società rigidamente divisa: sopra, nei Giardini dei Figli, l’élite vive in un tripudio di sport e piacere; sotto, nelle viscere della terra, i lavoratori sono ridotti a ingranaggi umani di una macchina mostruosa che non dorme mai. Al centro di questo conflitto troviamo Freder (Gustav Fröhlich), il figlio del padrone della città Joh Fredersen (Alfred Abel). La trasformazione di Freder da giovane spensierato a testimone dell’orrore avviene nella celebre sequenza del “Moloch”, dove la macchina esplode assumendo le fattezze di un’antica divinità che divora i sacrifici umani.

È interessante notare come la recitazione di Fröhlich, spesso criticata per eccessiva enfasi, risponda in realtà a una necessità estetica: in un mondo dominato da linee geometriche rigide e macchine ciclopiche, l’umano deve forzare il gesto per non scomparire. Alfred Abel, al contrario, interpreta il “Cervello” della città con una compostezza glaciale, anticipando di decenni certi cattivi burocrati del cinema distopico moderno.

L’uomo-macchina e il martirio di Brigitte Helm

Il cuore pulsante, e forse l’immagine più iconica dell’intera pellicola, resta la Maschinenmensch, l’essere artificiale creato dallo scienziato pazzo Rotwang (Rudolf Klein-Rogge). A dare il volto sia alla pura Maria che alla sua controparte robotica è la giovanissima Brigitte Helm, all’epoca appena diciottenne.

Curiosità dal set: Indossare l’armatura del robot, ideata dallo scultore Walter Schulze-Mittendorff, fu una vera tortura. Realizzata con una mescola di “legno plastico” e gesso, la tuta era estremamente rigida e tagliente. La Helm doveva rimanere immobile per ore e riportò diverse ferite e lividi durante le riprese. Eppure, la sua capacità di differenziare i due personaggi — la Maria spirituale con i suoi sguardi angelici e la Maria robotica con quel sorriso asimmetrico e i movimenti scattanti — resta una delle vette interpretative del cinema degli anni Venti.

In una battuta sagace, si potrebbe dire che se oggi gli attori si lamentano delle tute per il motion capture, dovrebbero chiedere consiglio alla Helm, che affrontò il fuoco (letteralmente, nella scena del rogo finale) vestita di plastica infiammabile e metallo.

La rivoluzione degli effetti speciali: Il procedimento Schüfftan

Tecnicamente, Metropolis è un miracolo di ingegneria visiva. Il direttore della fotografia Karl Freund, già celebre per L’ultima risata, lavorò insieme a Günther Rittau per creare immagini che sembrassero impossibili. Non esistendo il blue screen o la computer grafica, la produzione dovette inventare soluzioni fisiche.

La più celebre è il procedimento Schüfftan, dal nome del suo creatore Eugen Schüfftan. Questa tecnica utilizzava uno specchio posto a 45 gradi davanti all’obiettivo: una parte della superficie riflettente veniva grattata via per permettere alla cinepresa di inquadrare gli attori sul set, mentre nella parte specchiata veniva riflesso un modellino in miniatura della città o della Torre di Babele. Il risultato era un’integrazione perfetta tra l’elemento umano e le scenografie colossali, creando un senso di scala che ancora oggi trasmette una grandezza vertiginosa.

Il cuore come mediatore

Il messaggio centrale del film — “Il mediatore fra il cervello e le mani deve essere il cuore” — è spesso stato accusato di essere una soluzione ingenua o addirittura reazionaria a un conflitto di classe brutale. H.G. Wells, il padre della fantascienza letteraria, detestò il film, definendolo “il film più sciocco” mai realizzato, accusandolo di ignorare le reali dinamiche della tecnologia e della sociologia.

Tuttavia, il valore di Metropolis non risiede nella precisione della sua analisi politica, ma nella potenza del suo mito. Thea von Harbou infuse nella sceneggiatura un misticismo che mescola leggende bibliche, gotico tedesco e futurismo. La sequenza della Torre di Babele, con migliaia di comparse (molte delle quali erano disoccupati berlinesi pagati poco più di un pasto caldo), è una delle più potenti visualizzazioni della hybris umana mai impresse su celluloide.

Il mistero della versione perduta

Per decenni, Metropolis è stato visto in versioni mutilate. Dopo il debutto fallimentare a Berlino, il film fu pesantemente tagliato per il mercato americano e internazionale, perdendo circa un quarto della sua durata originale e rendendo la trama di Rotwang e il passato di Joh Fredersen quasi incomprensibili.

Il destino del film cambiò nel 2008, quando in un piccolo museo del cinema a Buenos Aires, in Argentina, venne ritrovata una copia in 16mm quasi completa della versione originale di Lang. Sebbene la qualità delle immagini recuperate fosse degradata, quel ritrovamento ha permesso di ricostruire il film quasi nella sua interezza, restituendo respiro ai personaggi secondari e chiarezza alle motivazioni del folle scienziato Rotwang, che non agiva per semplice cattiveria, ma per il desiderio di “resuscitare” la donna amata e perduta.

L’eredità visiva

Senza questo colosso di Fritz Lang, il paesaggio del cinema moderno sarebbe deserto. L’influenza di Metropolis è ovunque: dal design di C-3PO in Star Wars (chiaramente ispirato alla creatura di Rotwang) alle architetture piovose di Blade Runner, fino ai video musicali di artisti come i Queen o Madonna.

Lang ha creato un dizionario visivo della modernità che non è mai invecchiato, nonostante il passare dei secoli (e dei millenni, se consideriamo l’ambientazione del film nel 2026, proprio l’anno in cui ci troviamo ora). È un’opera che, pur non essendo ‘Quarto potere’, occupa un posto unico nella storia: è il momento in cui il cinema ha dimostrato di poter costruire mondi interi, capaci di sopravvivere ai regimi che li hanno generati e alle epoche che hanno cercato di dimenticarli.

Guardare Metropolis oggi non è solo un esercizio di archeologia cinematografica; è un incontro con una visione che, nonostante le sue contraddizioni e la sua ingenuità filosofica, continua a urlare la sua verità attraverso i contrasti violenti del bianco e nero e le geometrie oppressive delle sue macchine. Forse la vera curiosità finale è che Lang, anni dopo, rinnegò in parte il finale “buonista” del film, ma la forza delle sue immagini era ormai diventata proprietà collettiva, un sogno (o un incubo) da cui non ci siamo ancora del tutto svegliati.

Lulu – Il vaso di Pandora, (1929) di Georg Wilhelm Pabst.

Ci sono volti che non appartengono a un’epoca, ma la creano. Quando nel 1929 Georg Wilhelm Pabst portò sullo schermo Lulu – Il vaso di Pandora (Die Büchse der Pandora), non stava solo adattando le opere teatrali di Frank Wedekind (Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora), ma stava catturando un’energia che il cinema europeo non aveva ancora avuto il coraggio di guardare dritto negli occhi. Al centro di questo turbine c’è lei, Louise Brooks, un’attrice americana che a Hollywood era considerata poco più di una stellina ribelle e che a Berlino divenne un’icona immortale.

Il volto della “Nuova Oggettività”

Mentre gli anni Venti volgevano al termine, l’Espressionismo tedesco, con le sue ombre dipinte e i suoi angoli distorti, stava lasciando il posto a quella che i critici chiamarono Neue Sachlichkeit, la Nuova Oggettività. Pabst ne fu il massimo esponente cinematografico. In Lulu, la distorsione non è più nelle scenografie, ma nei rapporti umani. La cinepresa, guidata dal direttore della fotografia Günther Krampf, abbandona la staticità per farsi fluida, quasi indiscreta, inseguendo i movimenti nervosi e vitali della sua protagonista.

Pabst lavora sui dettagli: la grana della pelle, il riflesso della seta, il fumo delle sigarette che si dissolve in ambienti carichi di una tensione quasi palpabile. La tecnica di montaggio di Pabst, che prediligeva il taglio sul movimento, conferisce al film un ritmo moderno, quasi contemporaneo, rendendo la narrazione visiva incredibilmente scorrevole nonostante l’assenza di dialogo parlato.

La scelta di Louise: un colpo di genio (e di fortuna)

Una delle curiosità più celebri riguarda il casting. Prima di scegliere Louise Brooks, Pabst cercò disperatamente l’attrice giusta in tutta Europa. Arrivò quasi a firmare con una giovane Marlene Dietrich, che all’epoca stava muovendo i primi passi importanti. Tuttavia, Pabst sentiva che la Dietrich era troppo “consapevole”, troppo calcolatrice per il ruolo. Cercava qualcuno che incarnasse una sensualità istintiva, priva di malizia morale.

Quando vide la Brooks nel film A Girl in Every Port di Howard Hawks, capì di aver trovato la sua Lulu. La produzione tedesca era furiosa: perché portare un’americana che non parlava una parola di tedesco per un ruolo così iconico della letteratura nazionale? Pabst tenne duro e la storia gli diede ragione. Louise Brooks non recitava Lulu; era Lulu. Con quel caschetto nero geometrico, che divenne immediatamente il simbolo della donna emancipata e pericolosa, la Brooks portò sul set una naturalezza che faceva apparire le colleghe europee come statue di cera.

La natura di Lulu: vittima o carnefice?

L’essenza del film risiede nell’ambiguità del suo personaggio principale. Lulu non è la classica “femme fatale” che trama nell’ombra per distruggere gli uomini. Al contrario, è una creatura di pura natura, che vive nel presente e segue i propri desideri senza curarsi delle convenzioni borghesi. La tragedia non nasce dalla sua malvagità, ma dall’incapacità del mondo circostante di gestire una libertà così assoluta.

Attorno a lei ruota una galleria di personaggi maschili (e non solo) che rappresentano diverse sfaccettature della repressione e dell’ossessione. Fritz Kortner, nel ruolo del Dr. Ludwig Schön, incarna la rispettabilità borghese che cerca di domare Lulu, finendo per esserne distrutto. La sua interpretazione è monumentale: un uomo potente che si sgretola letteralmente davanti ai propri occhi, incapace di conciliare la sua posizione sociale con la passione bruciante per una donna che non può possedere.

Accanto a lui, Francis Lederer interpreta Alwa, il figlio di Schön, che rappresenta la debolezza della nuova generazione, attratta dal fuoco di Lulu ma priva della forza per sostenerlo. Una menzione speciale va fatta per il personaggio della Contessa Geschwitz, interpretata dall’attrice belga Alice Roberts. Si tratta di uno dei primi, se non il primo, ritratto esplicito di un personaggio lesbico nella storia del cinema. La sua devozione silenziosa e tragica per Lulu aggiunge un livello di malinconia e modernità che, all’epoca, causò non pochi problemi con la censura.

Tecnica e atmosfera: dalla luce al buio

La struttura narrativa del film è un lento scivolamento dalla luce abbagliante del successo e della ricchezza verso l’oscurità più fitta. La prima parte, ambientata nei lussuosi appartamenti di Berlino e dietro le quinte di un teatro (dove Pabst ricostruisce magistralmente il caos frenetico di una produzione di varietà), è brillante, quasi frizzante, nonostante il dramma incombente.

Man mano che Lulu cade in disgrazia, fuggendo dopo l’omicidio accidentale di Schön, l’atmosfera cambia. La fuga su una nave da gioco, dove la fotografia si fa più sporca e opprimente, anticipa la caduta finale. Qui entra in gioco il talento dello sceneggiatore Ladislaus Vajda, che riesce a condensare le opere di Wedekind mantenendo intatta la loro carica eversiva.

L’ultimo atto, ambientato in una Londra spettrale avvolta dalla nebbia, è un capolavoro di atmosfera gotica che dialoga a distanza con l’Espressionismo da cui Pabst si era allontanato. Lulu è ridotta a prostituirsi per sopravvivere in un sottotetto gelido durante la notte di Natale. È qui che avviene l’incontro fatale con Jack lo Squartatore (interpretato da Gustav Diessl).

Curiosità tecnica: La scena finale è un miracolo di illuminazione. Jack è rappresentato non come un mostro, ma come un altro emarginato, un uomo tormentato dai propri demoni. Il contrasto tra la violenza del suo atto e la dolcezza con cui Lulu lo accoglie (quasi fosse l’unico uomo capace di darle un’emozione autentica in quel momento di miseria) è uno dei finali più potenti e disturbanti mai girati. Si dice che Pabst abbia preteso un silenzio assoluto sul set per permettere agli attori di raggiungere quel livello di intimità spettrale.

La ricezione e il mito

Al momento della sua uscita, Il vaso di Pandora fu un fallimento commerciale e critico. La Germania si sentì tradita da un’interpretazione così “leggera” e americana di un classico letterario, mentre all’estero la censura fece a brandelli la pellicola, eliminando i riferimenti all’omosessualità e trasformando spesso Lulu in una figura molto più colpevole di quanto non fosse nelle intenzioni del regista.

Il film venne riscoperto solo negli anni Cinquanta, grazie all’impegno di Henri Langlois della Cinémathèque Française e alla determinazione della stessa Louise Brooks, che nel frattempo si era ritirata a vita privata, diventando poi una saggista cinematografica di rara intelligenza. È ironico pensare che un’attrice accusata di “non saper recitare” sia diventata il volto più moderno e magnetico dell’intera era del muto.

Lulu – Il vaso di Pandora non ha bisogno di etichette pompose per dimostrare la sua importanza. È un film che vive di sguardi, di labbra che accennano un sorriso e di una messa in scena che non giudica mai i suoi peccatori. Una battuta sagace per chiudere? Beh, vedendo il film si capisce perché Lulu sia finita nei guai: in un mondo di uomini che portano cappelli a cilindro e bastoni da passeggio come se fossero scettri di potere, lei era l’unica a non avere un’armatura, ma solo un caschetto perfetto che non si scomponeva mai, nemmeno davanti alla morte.

Se oggi il noir esiste e se la figura della donna nel cinema ha trovato sfumature che vanno oltre la santa o la prostituta, lo dobbiamo a quel patto tra un regista tedesco ossessionato dalla realtà e un’attrice americana che non aveva paura di essere se stessa davanti all’obiettivo.

 

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