Bande à part è un film del 1964 diretto da Jean-Luc Godard.

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Parlare di Bande à part significa immergersi in quel momento irripetibile della storia del cinema in cui Jean-Luc Godard, il “ragazzo terribile” della Nouvelle Vague, decideva di smontare i giocattoli del cinema classico per vedere come erano fatti dentro, rimontandoli poi in modo sghembo, vitale e profondamente poetico. Uscito nel 1964, questo film non è solo una pellicola, ma un manifesto di libertà creativa che ancora oggi, a distanza di decenni, sprigiona un’energia giovanile e una sfrontatezza visiva capaci di far impallidire molte produzioni contemporanee.

L’incipit della storia sembra preso da un poliziesco di serie B americano (non a caso il film è tratto dal romanzo “Fool’s Gold” di Dolores Hitchens): due giovani sfaccendati, Franz e Arthur, convincono una timida ragazza di nome Odile — interpretata dalla magnetica e allora musa di Godard, Anna Karina — ad aiutarli a compiere una rapina nella villa dove lei vive con i suoi zii, convinti che ci sia un tesoro nascosto. Ma la trama, in Godard, è sempre un pretesto. Quello che gli interessa non è il “cosa” accade, ma il “come” i personaggi abitano il tempo, lo spazio e il linguaggio.

Il trio e l’estetica della noia creativa

I tre protagonisti formano un triangolo instabile di desideri e insicurezze. Arthur e Franz sono figli della cultura pop dell’epoca: vestono come piccoli gangster di periferia, emulano i miti del cinema noir hollywoodiano, ma lo fanno con una goffaggine che li rende umani e malinconici. Odile, con i suoi sguardi smarriti e la sua innocenza quasi infantile, è il baricentro emotivo. Insieme, i tre passano la maggior parte del tempo a vagabondare, a studiare inglese in una scuola serale surreale e a rincorrersi in una Parigi grigia, nebbiosa, ripresa dalla cinepresa di Raoul Coutard con una naturalezza che rifiuta ogni estetismo patinato.

La forza di Bande à part risiede nella sua capacità di celebrare l’inutilità. Mentre il cinema tradizionale si affanna a far progredire l’azione, Godard si ferma. Si ferma a guardare i suoi personaggi che non sanno cosa dirsi, che aspettano che accada qualcosa, che vivono in quella “banda a parte” del titolo, ovvero ai margini della società produttiva e delle regole narrative. È un film che respira, che divaga e che si permette lussuosi fuori pista.

I tre momenti iconici: il silenzio, la danza, la corsa

Se Bande à part è entrato nel mito, lo deve a tre sequenze specifiche che hanno ridefinito il concetto di “scena madre” nel cinema moderno.

La prima è il celebre minuto di silenzio. Seduti in un bar, annoiati dalle loro stesse parole, i tre decidono di tacere per un minuto intero. Godard, con un gesto di audacia estrema, toglie letteralmente l’audio al film. Non è un silenzio “naturale” (quello che conterrebbe i rumori d’ambiente), è un vuoto sonoro assoluto. In quel momento, lo spettatore viene strappato dalla finzione e costretto a confrontarsi con la materialità della pellicola e con la presenza fisica degli attori. È un gioco meta-cinematografico che dice: “Ehi, questo è un film, e io posso togliervi il mondo se voglio”.

La seconda è il Madison. In un altro caffè, improvvisamente, i tre iniziano a ballare. Non è un numero musicale coreografato alla perfezione come in un film di Vincente Minnelli; è una danza ritmica, un po’ impacciata, accompagnata dalla musica di Michel Legrand che si interrompe e riparte seguendo i pensieri dei personaggi, narrati dalla voce fuori campo dello stesso Godard. È una scena di una bellezza struggente perché cattura la solitudine di tre persone che, pur ballando insieme, sono chiuse ognuna nel proprio universo. Quentin Tarantino è rimasto talmente folgorato da questa sequenza da dare alla sua casa di produzione proprio il nome “A Band Apart” e da citarla apertamente nel ballo tra Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction.

La terza è la corsa attraverso il Louvre. Per ammazzare il tempo, i tre decidono di battere il record mondiale di visita del museo, percorrendo le sale a tutta velocità in nove minuti e quarantatré secondi. Vedere questi tre giovani correre tra i capolavori millenari dell’arte mondiale è il simbolo perfetto della Nouvelle Vague: il desiderio di appropriarsi della cultura classica non per distruggerla, ma per attraversarla con la velocità e l’irriverenza della giovinezza. È un atto di liberazione dai polverosi musei del passato.

Il linguaggio e la rottura della quarta parete

Godard in questo film è un narratore onnisciente ma capriccioso. Interviene continuamente con la sua voce narrante, riassumendo le puntate precedenti per chi fosse arrivato in ritardo al cinema, oppure spiegando i sentimenti reconditi dei protagonisti. Questo artificio rompe la cosiddetta “quarta parete”, quel muro invisibile tra schermo e pubblico. Ci ricorda costantemente che stiamo guardando un costrutto, un’opera di finzione che però cerca una verità superiore attraverso la spontaneità degli attori.

Anna Karina, in particolare, è il cuore pulsante dell’opera. Il suo volto è una tela su cui Godard dipinge la sua idea di cinema: mutevole, enigmatico, fragile. La relazione tra i due sul set (che all’epoca era anche una relazione di vita complessa e tormentata) traspare in ogni inquadratura. C’è una tensione amorosa che trascende il copione e che rende il film quasi un diario intimo mascherato da film di genere.

La tragedia e la commedia

Nonostante la sua leggerezza apparente e i suoi toni da commedia stralunata, Bande à part non evita la tragedia. Il finale, con il tentativo di rapina che degenera in una violenza quasi grottesca e fumettistica, riporta bruscamente i personaggi alla realtà. Ma anche qui, Godard evita il pathos pesante. La morte di Arthur è trattata con una stilizzazione che ricorda i cartoni animati o i film muti, sottolineando ancora una volta che nel suo cinema la vita e la morte sono innanzitutto fatti plastici, movimenti di luce e ombra.

Il film si chiude con una promessa di avventura verso il Sud, quasi a suggerire che la banda non può essere mai veramente sciolta finché esiste il desiderio di fuga. È un finale aperto, come aperta è tutta la struttura del film, che rifiuta la parola “fine” nel senso di chiusura definitiva dei conti.

L’eredità di un capolavoro

L’influenza di Bande à part sul cinema mondiale è incalcolabile. Non ha influenzato solo Tarantino, ma intere generazioni di registi (da Bernardo Bertolucci che lo cita esplicitamente in The Dreamers a Wes Anderson) che hanno imparato da Godard che si può fare grande cinema con pochissimi mezzi, una buona dose di audacia e la capacità di guardare il mondo con occhi sempre nuovi.

Rivedere oggi questo film del 1964 significa riscoprire il piacere puro del racconto che non si piega alle logiche del mercato o del puro intrattenimento. È un invito a essere “a parte”, a trovare la propria banda di solitari con cui correre attraverso i musei della vita, a ballare senza musica in un bar di periferia e a credere che un minuto di silenzio possa valere più di mille dialoghi scritti a tavolino.

Godard ci ha lasciato un’opera che è un inno alla giovinezza come stato mentale: quella condizione in cui tutto sembra possibile, in cui la realtà è ancora una materia malleabile e in cui il cinema è l’unico strumento capace di fermare, anche solo per un attimo, il soffio del vento tra i capelli di una ragazza o l’incertezza di un passo di danza. In un mondo di immagini preconfezionate, Bande à part resta un’oasi di anarchica bellezza, un film che non smette di correre, proprio come i suoi protagonisti nel corridoio del Louvre, verso un orizzonte di libertà assoluta.

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