A distanza di quasi un anno dalla sua uscita nell’estate del 2025, analizzare I Fantastici Quattro – Gli inizi (The Fantastic Four: First Steps) significa osservare il momento esatto in cui i Marvel Studios hanno smesso di inseguire il futuro per ritrovare la propria anima nel passato. Non è stato solo un film di supereroi; è stato un atto di restauro culturale. Mentre il pubblico del 2026 si interroga sulla prossima fase del MCU, questo film rimane un punto fermo, un’anomalia cromatica e narrativa che ha dimostrato come la “formula” potesse ancora essere scardinata con intelligenza e cuore.
L’Estetica del Domani Ieri: Il Retro-Futurismo come Scelta Politica
La mossa più audace di Matt Shakman non è stata quella di ambientare il film negli anni ’60, ma di scegliere quegli anni ’60 che non sono mai esistiti se non nelle illustrazioni di raggio-punk e nelle visioni utopiche di un futuro radioso. First Steps non ci ha portato nella New York del 1963 che conosciamo dai libri di storia, ma in una metropoli retro-futuristica dove la tecnologia a valvole convive con l’energia cosmica.
Questa scelta non è stata solo estetica. È stata una necessità tematica. I Fantastici Quattro sono nati come risposta alla corsa allo spazio, al desiderio umano di superare i confini dell’ignoto. Collocarli in un presente dominato da smartphone e cinismo avrebbe soffocato la loro caratteristica principale: l’ottimismo scientifico. Shakman, reduce dai successi di WandaVision, ha capito che per far funzionare Reed Richards doveva inserirlo in un mondo dove “scoprire” era più importante che “difendere”. La New York del film è vibrante, satura di colori pastello e blu ceruleo, un ambiente dove il pericolo non è una minaccia terroristica, ma il mistero stesso dell’universo.
La Chimica del Quartetto: Oltre il Power-Level
Il rischio più grande era il casting. Pedro Pascal, Vanessa Kirby, Joseph Quinn ed Ebon Moss-Bachrach non dovevano solo interpretare delle icone, dovevano convincerci di essere una famiglia disfunzionale ma indissolubile.
- Reed Richards (Pascal): Pascal ha evitato la trappola dello “scienziato autistico” o del leader infallibile. Il suo Reed è un uomo divorato dalla curiosità, quasi tragico nella sua incapacità di staccare gli occhi dal microscopio per guardare la moglie, ma animato da una gentilezza profonda.
- Sue Storm (Kirby): Forse la vera rivelazione. Kirby ha dato a Sue una centralità intellettuale che mancava nelle versioni precedenti. Non è solo la “colla” del gruppo; è la bussola morale e strategica. La sua invisibilità nel film diventa una metafora della sua capacità di osservare ciò che gli altri ignorano.
- Johnny Storm (Quinn): Quinn ha catturato l’energia cinetica e talvolta irritante della celebrità istantanea, evitando però di rendere la Torcia Umana una macchietta. Il suo rapporto con Ben è il cuore pulsante del film.
- Ben Grimm (Moss-Bachrach): Grazie a un mix miracoloso di CGI e performance capture, la Cosa di Moss-Bachrach ci ha regalato un’umanità straziante. La sua voce roca e la sua fisicità pesante trasmettono il peso del sacrificio. Non è un mostro che combatte; è un uomo che ha perso la pelle ma ha trovato uno scopo.

Galactus e l’Antagonismo Esistenziale
Uno dei motivi per cui le recensioni del 2025 hanno lodato il film è stata la gestione di Galactus. Dopo anni di “nuvole” informi o cattivi usa-e-getta, il divoratore di mondi è stato presentato non come un villain tradizionale, ma come una forza della natura. Non prova odio; prova fame. Questa distinzione è fondamentale: la sfida per i Fantastici Quattro non è stata una gara di pugni, ma una sfida di ingegno e diplomazia cosmica.
L’apparizione di Silver Surfer (nella versione di Shalla-Bal) ha aggiunto uno strato di malinconia shakespeariana. Il film non ha avuto paura di rallentare, di lasciare spazio a dialoghi filosofici sulla fine dei mondi e sul valore della vita biologica in un cosmo indifferente. È qui che Shakman ha osato di più, trasformando il terzo atto in una riflessione sulla mortalità che ha lasciato il pubblico in un silenzio riflessivo, interrotto solo dall’epica colonna sonora di Michael Giacchino.

La Regia di Shakman: Geometrie e Meraviglia
La regia di Matt Shakman è stata millimetrica. Ha usato lo spazio (inteso sia come ambiente che come vuoto cosmico) per isolare o unire i personaggi. Le scene d’azione non sono mai state confuse; ogni potere veniva utilizzato in combinazione con gli altri, sottolineando l’idea che i Fantastici Quattro siano un unico organismo diviso in quattro parti.
Particolarmente memorabile è la sequenza del primo volo sperimentale. Invece di puntare subito sull’azione, Shakman ha costruito una tensione crescente basata sull’attesa, sulla paura del fallimento e sull’eccitazione della scoperta. Quando le radiazioni cosmiche colpiscono la navetta, non assistiamo a una mutazione horror, ma a una trasfigurazione quasi mistica.

Perché “First Steps” ha salvato il concetto di Superhero Movie
Nel 2025, il genere stava soffrendo di una saturazione senza precedenti. I Fantastici Quattro – Gli inizi ha risposto a questa crisi tornando alle basi: la fantascienza avventurosa. Il film ha abbandonato i legami soffocanti con la continuity del multiverso (pur lasciando dei semi per il futuro) per concentrarsi su una storia autoconclusiva che celebra l’ingegno umano.
Il titolo, First Steps, è una dichiarazione d’intenti. Sono i primi passi dell’umanità nello spazio, i primi passi di una famiglia nel dolore e nella gloria, e i primi passi di un nuovo modo di intendere il cinema Marvel. Non c’è cinismo in questa pellicola. C’è una gioia quasi infantile nel vedere una macchina volante sfrecciare tra i grattacieli di una New York utopica, o nel vedere Reed Richards allungarsi per afferrare una tazza di caffè mentre risolve equazioni impossibili.
L’Eredità nel 2026
Oggi guardiamo a First Steps come al film che ha restituito dignità alla “Prima Famiglia”. Ha dimostrato che non serve rendere tutto “oscuro e realistico” per essere profondi. La profondità risiede nel modo in cui questi personaggi si guardano, nel modo in cui litigano a colazione e nel modo in cui affrontano l’inevitabile con la schiena dritta.
Il film ha anche ridefinito il concetto di effetti visivi. L’uso sapiente di set fisici arricchiti da estensioni digitali ha dato alla pellicola una “grana” e una consistenza che mancavano da tempo. La Cosa sembrava fatta di roccia vera, calda e polverosa, non di pixel freddi.
In conclusione, I Fantastici Quattro – Gli inizi non è stato solo un successo al botteghino, ma una vittoria per lo storytelling. Ci ha ricordato che, per quanto vasto e spaventoso possa essere l’universo, finché ci teniamo per mano e usiamo il nostro intelletto, non siamo mai veramente soli. È un film che invita a guardare in alto, non più con paura, ma con una rinnovata, inarrestabile curiosità.


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