La genesi e la filosofia di “Vita di Pi”
Vita di Pi (titolo originale Life of Pi) rappresenta una delle sfide cinematografiche più ambiziose, affascinanti e riuscite del ventunesimo secolo. Diretto dal visionario regista taiwanese Ang Lee e uscito nelle sale nel 2012, il film è il fedele e magistrale adattamento dell’omonimo romanzo del 2001 scritto dall’autore canadese Yann Martel. Per oltre un decennio, l’opera letteraria è stata considerata da molti critici, sceneggiatori e addetti ai lavori come essenzialmente “infilmabile”. Questa convinzione derivava dalla premessa della storia, apparentemente troppo restrittiva e statica per il grande schermo: un ragazzo indiano e una feroce tigre del Bengala intrappolati insieme su una piccola scialuppa di salvataggio nell’immenso Oceano Pacifico per oltre duecento giorni.
Tuttavia, Ang Lee, un cineasta noto per la sua immensa versatilità e per la capacità di esplorare i moti più intimi dell’animo umano, è riuscito a trasformare questa premessa claustrofobica in un’epopea visivamente sbalorditiva e spiritualmente profonda. Attraverso un uso rivoluzionario e poetico della tecnologia tridimensionale e degli effetti visivi, il regista non si è limitato a raccontare una tradizionale e lineare storia di sopravvivenza in mare. Al contrario, ha saputo esplorare e mettere in scena temi filosofici estremamente complessi, come la natura instabile della fede, l’essenza stessa della verità oggettiva e, soprattutto, il potere salvifico e trasformativo della narrazione.
Pondicherry: l’infanzia, lo zoo e la scoperta della fede
La complessa architettura narrativa della pellicola prende il via nel presente, incorniciando la storia principale attraverso l’incontro tra uno scrittore alla disperata ricerca di ispirazione e un uomo indiano adulto di nome Pi Patel, residente in Canada. Da questo dialogo intimo inizia un lungo e affascinante flashback che trasporta lo spettatore all’infanzia del protagonista, trascorsa nella pittoresca e colorata città di Pondicherry, nell’India meridionale.
Scopriamo così che il ragazzo è nato con il peculiare e bizzarro nome di Piscine Molitor Patel, in onore di una celebre piscina parigina per via della smodata passione di un caro “zio” per il nuoto. Crescendo, il giovane si ritrova vittima degli scherzi e del bullismo dei compagni di scuola, che storpiano il suo nome. Per sfuggire a questa situazione, dimostrando fin da ragazzino una straordinaria intelligenza, prontezza di spirito e una ferrea forza di volontà, impone a tutti di farsi chiamare semplicemente “Pi”, associando la sua identità all’affascinante e infinita costante matematica.
La famiglia di Pi possiede un giardino zoologico situato all’interno dei giardini botanici della città. Questo ambiente singolare permette al ragazzo di crescere a strettissimo contatto con il mondo animale, sviluppando una sensibilità particolare e un profondo rispetto per le creature del creato. Oltre a essere un abile osservatore della natura, Pi è un’anima profondamente curiosa, attratta dall’invisibile e dotata di un’incredibile sete spirituale. Sebbene sia cresciuto in una famiglia di tradizione indù, la sua sincera curiosità lo spinge ad abbracciare con fervore e innocenza anche il cristianesimo e l’islam. Egli trova un senso di autentica bellezza, pace e verità in tutte e tre queste grandi religioni, praticandole contemporaneamente.

Questo sincretismo religioso genera un forte contrasto con la figura del padre, un uomo di stampo puramente razionalista, pragmatico e fautore della nuova India moderna guidata dal progresso scientifico e dalla ragione. Preoccupato per l’atteggiamento trasognato e antropomorfico del figlio verso gli animali, il genitore decide di impartire a Pi una lezione fondamentale, tanto brutale quanto incancellabile, sulla vera e inesorabile legge della natura. Costringe infatti il bambino ad assistere al pasto di Richard Parker, la maestosa e temibile tigre del Bengala ospitata nello zoo, a cui viene data in pasto una capra viva. Questa scena scioccante getta le basi per la principale dicotomia del film: l’eterno conflitto tra la visione spirituale, poetica e fiduciosa che Pi ha dell’universo e la fredda, letale e istintuale realtà del mondo naturale.
L’affondamento della Tsimtsum e la crudele legge della sopravvivenza
L’idillio della giovinezza indiana si infrange bruscamente quando, a causa di gravi difficoltà economiche e di un clima politico mutato, il padre di Pi prende la dolorosa decisione di vendere gli animali e trasferire l’intera famiglia in Canada, con la speranza di costruire un futuro migliore. Si imbarcano dunque su una robusta nave da carico giapponese, battezzata Tsimtsum, portando con sé nei ponti inferiori la maggior parte delle creature dello zoo che sono state vendute a vari acquirenti nordamericani.
Durante il lungo viaggio attraverso l’Oceano Pacifico, proprio mentre attraversano la Fossa delle Marianne, la nave viene colpita da una tempesta di proporzioni bibliche. Questa sequenza di naufragio è diretta da Ang Lee con una maestria terrificante e spettacolare, immergendo fisicamente lo spettatore nel caos totale, nella furia incontrollabile degli elementi, nell’oscurità delle onde enormi e nella disperazione assoluta di una morte imminente. Nel mezzo del panico e della distruzione, Pi, ormai adolescente, viene gettato su una scialuppa di salvataggio dall’equipaggio, ritrovandosi a essere, tragicamente, l’unico superstite umano del disastro.
Tuttavia, il ragazzo si accorge ben presto di non essere solo in quel minuscolo guscio di noce sballottato dalle onde. Assieme a lui, sulla piccola imbarcazione bianca e arancione, hanno trovato rifugio alcune delle bestie imbarcate: una zebra gravemente ferita con una zampa rotta, una dolce femmina di orango chiamata Orange Juice che arriva galleggiando su un casco di banane, e una iena estremamente aggressiva e nervosa. Non passa molto tempo prima che si manifesti un quarto e imprevisto passeggero: nascosto sotto il telone protettivo della barca c’è infatti Richard Parker, la gigantesca tigre del Bengala.
La dinamica a bordo della scialuppa si risolve in modo rapidissimo, viscerale e tragico, seguendo esclusivamente le ferree e spietate leggi della catena alimentare. Spinta dalla fame e dall’istinto, la iena attacca e uccide prima la zebra indifesa e, successivamente, al termine di una breve lotta, la povera orango. La ferocia della iena viene però interrotta in modo brusco e letale dall’improvvisa comparsa di Richard Parker, che con un solo balzo sopprime e divora la iena. Da questo momento esatto in poi, il vasto universo del giovane Pi si restringe in modo drammatico e paradossale: ci sono solo lui, un immenso oceano indifferente e un predatore all’apice della catena alimentare.

La zattera, l’oceano specchio e l’addestramento della fiera
La porzione centrale e più lunga della pellicola è un vero e proprio tour de force narrativo, visivo ed emotivo. Pi si rende conto che deve trovare immediatamente un modo per sopravvivere. Non deve soltanto combattere contro la fame atroce, la sete disidratante, il sole cocente che ustiona la pelle e le tempeste imprevedibili, ma deve soprattutto convivere con la costante e letale minaccia rappresentata dalla presenza a pochi metri di distanza della tigre adulta.
Mettendo a frutto il proprio ingegno, Pi costruisce una piccola zattera di fortuna utilizzando remi e giubbotti di salvataggio, e la lega alla scialuppa con una lunga fune. Questo espediente gli crea un rifugio galleggiante temporaneo, mantenendolo a distanza di sicurezza dalle fauci del felino. Lentamente, inizia un lungo, logorante ma necessario processo di addestramento. Sfruttando le conoscenze apprese dal padre e un semplice fischietto arancione, Pi cerca di stabilire confini territoriali rigidi e di imporsi, per quanto possibile, come la figura dominante “alfa”, diventando il fornitore esclusivo di cibo e acqua dolce per l’animale.
È proprio in questa lunga e silenziosa convivenza che il film trascende definitivamente i confini del classico genere d’avventura marinaresca. Il rapporto ambiguo e teso tra il ragazzo indiano e la belva feroce diventa il cuore pulsante dell’intera opera. La tigre, pur essendo un pericolo di morte costante che terrebbe sveglio chiunque per il terrore, diventa paradossalmente e ironicamente la ragione primaria della sopravvivenza psicologica del ragazzo. Il bisogno imperativo di accudire la bestia, di temerne le mosse, di pescare per sfamarla e di dominare il proprio terrore mantiene la mente di Pi vigile e occupata. Richard Parker impedisce a Pi di cedere alla letargia, di arrendersi all’isolamento totale, alla depressione e al richiamo confortante della morte.
Nel frattempo, l’Oceano Pacifico cessa di essere un semplice sfondo azzurro e diventa un coprotagonista, uno specchio grandioso per le straordinarie esplorazioni visive del regista e del suo eccezionale direttore della fotografia, Claudio Miranda. Lo spettatore assiste a scene di una bellezza onirica e abbacinante. Vediamo un mare piatto e calmo come l’olio che riflette perfettamente un cielo notturno infinito, annullando visivamente il confine di demarcazione tra le acque terrestri e il cosmo siderale, posizionando la barca sospesa nello spazio. Osserviamo frenetici banchi di pesci volanti che sfrecciano sulla superficie del mare come una grandinata di frecce d’argento iridescente. Restiamo senza fiato davanti a una gigantesca balena bio-luminescente che emerge dolcemente dagli abissi scuri, illuminando la notte con colori al neon. Infine, il viaggio tocca l’apice del surrealismo mistico con l’arrivo su una maestosa quanto inquietante isola galleggiante e carnivora, interamente popolata da decine di migliaia di suricati, che offre a Pi un sollievo temporaneo, un’illusione di sicurezza, ma che di notte rivela un segreto mortale.
L’approdo in Messico e il dubbio delle due storie
Dopo un’odissea straziante durata l’incredibile cifra di duecentoventisette giorni, intrisa di pura agonia e di meraviglie inesprimibili a parole, la piccola scialuppa sbiadita e incrostata di sale tocca finalmente terra sulle calde coste del Messico. Pi, completamente stremato e denutrito, crolla a faccia in giù sulla soffice sabbia della spiaggia, incapace di muovere un solo passo. In quel frangente, la tigre Richard Parker, anch’essa scheletrica ed esausta, scende debolmente dall’imbarcazione e si inoltra verso il limite della fitta giungla tropicale. Arrivata al confine della vegetazione, la bestia si ferma per un attimo, ma, senza voltarsi indietro nemmeno una volta per un ultimo sguardo, un ruggito di commiato o un addio romantico degno di una favola, scompare per sempre tra il fogliame, risucchiata dalla natura selvaggia a cui appartiene. Questo addio mancato, gelido e distaccato, spezza profondamente il cuore di Pi. Tale scelta narrativa sottolinea in modo netto la differenza incolmabile e reale tra i sentimenti umani e l’indifferenza del mondo ferino, rifiutando ogni tentazione di edulcorazione hollywoodiana.
Pi viene prontamente soccorso dagli abitanti locali e ricoverato in un ospedale messicano. Qui riceve la formale visita di due seriosi investigatori inviati dalla compagnia di assicurazione giapponese che era proprietaria della nave Tsimtsum, incaricati di scoprire le vere cause del tragico affondamento. Quando il ragazzo steso sul letto di degenza racconta loro la straordinaria, colorata e incredibile odissea trascorsa con gli animali dello zoo, i due uomini restano perplessi, non credono a una sola parola e definiscono la storia assurda, chiedendo insistentemente a Pi di smettere di inventare fiabe e di raccontare loro “la verità”, ovvero qualcosa di pragmatico e accettabile per un verbale burocratico.
Messo all’angolo dalla loro inflessibile richiesta di realismo, con gli occhi pieni di tristezza, Pi racconta allora una seconda versione dei fatti. Questa seconda narrazione è spaventosamente cruda, macabra, orribile e totalmente priva di magia o romanticismo. In questa versione, a bordo della scialuppa non c’era nessun animale, bensì quattro disperati esseri umani: un marinaio giapponese con una gamba rotta (che corrisponde alla zebra), il cuoco della nave francese, cinico, crudele e spietato (che rappresenta la iena), l’affettuosa madre di Pi (che incarna l’orango) e Pi stesso (che è allegoricamente la tigre). Nella disperazione degli stenti, il cuoco amputa la gamba infetta al marinaio, che presto muore e viene mangiato dall’uomo; successivamente, in un eccesso di brutalità, il cuoco uccide la madre di Pi che cercava di fermarlo. In un ultimo impeto di dolore inconsolabile, rabbia e sete di vendetta per la morte della genitrice, Pi attacca e uccide il cuoco.
Questa versione raggelante svela una potenziale realtà di un orrore indicibile: per riuscire a sopravvivere in condizioni disumane, il ragazzo pacifico, religioso e rigorosamente vegetariano è stato costretto dalle circostanze a risvegliare dal profondo della propria anima l’istinto primordiale più feroce e assassino, che nella sua mente ha poi scisso e proiettato nella figura emblematica di Richard Parker per non impazzire dal rimorso.
Il significato dell’opera, le scelte estetiche e i premi
Al termine di questo duplice racconto, tornati nel presente della cornice narrativa, il Pi adulto pone una domanda diretta allo scrittore che lo sta ascoltando: dal momento che nessuna delle due storie può essere provata dai fatti, e dal momento che nessuna delle due fornisce comunque una risposta logica sul perché la grande nave sia affondata, quale delle due versioni preferisce? Lo scrittore, riflettendo sulla crudezza disperata della seconda e sulla sublime grandezza della prima, sceglie la storia con gli animali. La risposta finale di Pi è lapidaria, fulminante e racchiude in poche sillabe l’intero significato spirituale e filosofico del film: “E così è con Dio”.

L’eredità di “Vita di Pi” non risiede soltanto nella sua inarrivabile potenza filosofica, ma anche nel suo impatto sull’evoluzione tecnica del cinema. L’uso del 3D, spesso relegato a mero trucco da parco attrazioni, è stato piegato da Ang Lee a strumento drammatico di prim’ordine. La tridimensionalità serve a dilatare lo spazio vitale della scena, a far percepire fisicamente allo spettatore l’immensità vertiginosa dell’oceano rispetto alla piccolezza della scialuppa, amplificando il senso di isolamento. La creazione digitale di Richard Parker, sviluppata dai maghi degli effetti speciali della Rhythm & Hues, ha settato nuovi standard per l’industria: la tigre respira, soffre, ha una massa credibile e interagisce in modo ineccepibile con gli elementi fisici del set, risultando del tutto indistinguibile dalle poche inquadrature in cui è stata usata una tigre in carne ed ossa.
L’eccellenza visiva del film è stata sublimata dalla profonda e sognante colonna sonora composta da Mychael Danna, che unisce con sapienza antichi strumenti della tradizione indiana, canti corali occidentali di stampo sacro ed eleganti orchestrazioni classiche. Questo trionfo corale di narrazione, regia e tecnologia ha trovato il suo massimo riconoscimento agli Academy Awards del 2013, dove il film si è aggiudicato ben quattro meritati premi Oscar: Migliore Regia per Ang Lee, Migliore Fotografia, Migliori Effetti Speciali e Migliore Colonna Sonora Originale.
In ultima istanza, la pellicola si impone come una grandiosa meditazione sull’insito bisogno della natura umana di filtrare la cruda e talvolta intollerabile realtà attraverso le lenti del mito, della religione e della narrazione. Riformulando il dolore del trauma attraverso una storia meravigliosa, l’uomo tenta di sopravvivere alla brutalità cieca dell’esistenza e di trovare in essa un barlume di senso divino.

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