Il cinema ha spesso la tendenza a romanzare la realtà fino a renderla irriconoscibile, ma nel caso di Argo, il film del 2012 diretto e interpretato da Ben Affleck, ci troviamo di fronte a una di quelle rare occasioni in cui la realtà storica era già talmente assurda, iperbolica e cinematografica da non aver quasi bisogno di abbellimenti. La pellicola non è solo la cronaca di un’operazione di salvataggio durante la crisi degli ostaggi in Iran del 1979; è una riflessione profonda sul potere della narrazione, sull’arte dell’inganno e, in ultima analisi, su come una “bugia” ben confezionata possa diventare l’unica verità capace di salvare delle vite umane.
Per comprendere appieno la portata di questo film, bisogna immergersi nel clima incandescente di quel novembre 1979 a Teheran. La rivoluzione iraniana è al suo apice e l’ambasciata americana viene presa d’assalto dai militanti. Mentre cinquantadue americani vengono fatti prigionieri, scatenando una crisi diplomatica che durerà 444 giorni, sei diplomatici riescono a fuggire da una porta sul retro, trovando rifugio nella residenza ufficiale dell’ambasciatore canadese, Ken Taylor. Da quel momento, quei sei individui diventano “fantasmi”: se scoperti, la loro esecuzione sarebbe certa e le conseguenze per il Canada devastanti. Qui entra in gioco la CIA e, nello specifico, Tony Mendez, un esperto di esfiltrazione interpretato da Affleck con una recitazione misurata, quasi sommessa, che funge da centro di gravità per l’intera narrazione.
L’intuizione di Mendez, che dà il titolo al film, è ciò che rende la storia leggendaria. Dopo aver scartato piani improbabili come la fuga in bicicletta (in pieno inverno iraniano), Mendez si ispira guardando distrattamente un film di fantascienza in televisione con suo figlio. L’idea è folle: far passare i sei fuggitivi per una troupe cinematografica canadese impegnata in un sopralluogo per un film di fantascienza in stile Star Wars, intitolato appunto Argo. È il “miglior cattivo piano” che l’intelligence americana abbia mai avuto, una scommessa che richiede la collaborazione attiva di Hollywood per risultare credibile agli occhi del governo iraniano.

Questa premessa permette ad Affleck di dividere il film in due mondi visivamente e tonalmente opposti che si specchiano l’un l’altro. Da una parte abbiamo la Teheran granulosa, satura di colori ocra e polvere, dove la tensione è palpabile in ogni angolo di strada, resa con uno stile che ricorda i thriller politici degli anni ’70 come quelli di Alan J. Pakula. Dall’altra parte c’è una Los Angeles scintillante e cinica, dove Mendez recluta il truccatore premio Oscar John Chambers (interpretato da un magistrale John Goodman) e il produttore Lester Siegel (un Alan Arkin cinico e indimenticabile). Questa parte del film è una satira brillante e quasi divertente dell’industria cinematografica: per rendere la copertura credibile, la CIA deve fare tutto ciò che farebbe un vero studio. Comprano i diritti di una sceneggiatura, organizzano una lettura pubblica del copione con attori in costume, comprano inserzioni su Variety e aprono un ufficio di produzione funzionante. Il motto “Argo vaffanculo” diventa il grido di battaglia di un’operazione che usa la vanità di Hollywood come scudo contro la violenza della rivoluzione.
La maestria di Affleck come regista risiede proprio nel saper calibrare questi due toni senza mai far perdere credibilità alla storia. Man mano che Mendez si sposta da Washington a Hollywood e infine a Teheran, il ritmo del film accelera inesorabilmente. Quando il protagonista arriva in Iran, la pellicola si trasforma in un thriller d’assedio psicologico. I sei diplomatici, che vivono da settimane nel terrore tra le mura della casa canadese, devono imparare in pochi giorni a interpretare dei ruoli: lo scenografo, il regista, il produttore associato. Non sono spie, sono persone comuni terrorizzate a cui viene chiesto di recitare la parte della loro vita davanti a soldati rivoluzionari pronti a tutto.

Uno dei momenti più alti del film è il sopralluogo al mercato di Teheran. È una scena costruita sulla pura tensione visiva, dove la macchina da presa si muove nervosa tra la folla ostile. Qui, la finzione e la realtà collidono in modo pericoloso: la “troupe” deve scattare foto e comportarsi come se fosse interessata all’esotismo del luogo, mentre intorno a loro bruciano bandiere e la rabbia popolare ribolle. È in questo momento che lo spettatore percepisce quanto sia sottile il velo che li protegge. Se uno di loro dovesse balbettare o mostrare un’esitazione eccessiva, l’intero castello di carte crollerebbe.
Il finale di Argo è una lezione di montaggio cinematografico. Sebbene la storia ci dica come sia andata a finire, Affleck riesce a costruire un climax all’aeroporto di Teheran che tiene lo spettatore incollato alla sedia. La sincronizzazione perfetta tra i diplomatici al check-in, le guardie rivoluzionarie che iniziano a ricomporre i documenti triturati dall’ambasciata (un dettaglio storico agghiacciante che vede dei bambini impiegati per incollare migliaia di striscioline di carta per identificare le facce delle spie) e l’ufficio di produzione a Hollywood che deve rispondere a una telefonata di verifica all’ultimo secondo, è puro cinema di suspense. La sequenza della pista di decollo, con le jeep dei pasdaran che inseguono l’aereo, è forse l’unica concessione puramente “action” che Affleck si concede, ma serve a scaricare la tensione accumulata in due ore di film.

Oltre all’aspetto thriller, Argo è un film che rende giustizia all’eroismo silenzioso. Quando la missione si conclude con successo, la CIA deve rimanere nell’ombra per evitare ripercussioni sugli altri cinquantadue ostaggi ancora prigionieri. Il merito del salvataggio viene attribuito interamente al governo canadese, e Tony Mendez torna a casa in silenzio, riponendo in un cassetto la medaglia d’oro al valore che non può mostrare a nessuno. È un finale malinconico e potente che sottolinea come i veri cambiamenti storici avvengano spesso dietro le quinte, lontano dai riflettori.
Dal punto di vista tecnico, la direzione della fotografia di Rodrigo Prieto è fondamentale. L’uso di diverse pellicole e formati per distinguere le location — il 16mm per le scene più sporche e documentaristiche di Teheran e il 35mm per le scene americane — contribuisce a creare un’immersione totale nell’epoca. Anche il cast di supporto, dai sei diplomatici fino ai burocrati di Washington interpretati da attori del calibro di Bryan Cranston, è impeccabile nel restituire l’umanità di persone messe sotto una pressione inumana.
Nonostante alcune critiche riguardo alla fedeltà storica — in particolare il fatto di aver minimizzato il ruolo del Canada e di aver inventato alcuni momenti di pericolo all’aeroporto per fini drammatici — Argo resta un’opera fondamentale del cinema contemporaneo. Ha vinto tre Premi Oscar, tra cui quello per il Miglior Film, segnando la definitiva consacrazione di Ben Affleck non solo come attore, ma come uno dei registi più solidi e intelligenti della sua generazione. Il film riesce a celebrare l’America senza cadere nel becero sciovinismo, preferendo concentrarsi sull’ingegno, sulla collaborazione e sulla capacità umana di improvvisare di fronte all’impossibile.

In definitiva, Argo ci insegna che a volte la verità è così incredibile da aver bisogno di una bugia per essere accettata. È un omaggio a chi lavora nell’ombra, a chi usa la creatività come arma e a Hollywood, quella fabbrica dei sogni che, per una volta nella storia, ha aiutato a trasformare un incubo reale in un lieto fine necessario. È un film che si guarda con il respiro sospeso e si finisce di vedere con la consapevolezza che, a volte, la realtà supera davvero la fantasia, specialmente quando la fantasia è l’unica via di fuga rimasta.

Il ruolo del Canada: Una questione di giustizia storica
La discrepanza più significativa e, per certi versi, controversa riguarda il peso dato alla CIA rispetto al governo canadese. Nel film, la missione appare come un’operazione quasi interamente americana, con l’ambasciatore canadese Ken Taylor che funge da ospite gentile ma passivo. La realtà è esattamente l’opposto.
Storicamente, il merito del successo dell’esfiltrazione va attribuito per il 90% ai canadesi. Fu Ken Taylor, insieme al funzionario John Sheardown, a correre i rischi maggiori. Non solo ospitarono i sei americani nelle loro residenze private per mesi (un atto che, se scoperto, avrebbe portato all’arresto o peggio), ma furono loro a orchestrare gran parte della logistica. I canadesi acquistarono i biglietti aerei, simularono telefonate e, cosa più importante, il Parlamento canadese si riunì in una rarissima sessione segreta per autorizzare l’emissione di passaporti falsi per i diplomatici statunitensi.
Nel film, Tony Mendez sembra il deus ex machina che risolve tutto. Nella realtà, Mendez arrivò a Teheran solo negli ultimi giorni per addestrare i sei diplomatici e fornire l’esperienza tecnica della CIA nel “truccare” i documenti. Lo stesso Jimmy Carter, anni dopo l’uscita del film, dichiarò che la pellicola era un’opera d’arte magnifica ma che, dal punto di vista storico, l’idea che la CIA abbia guidato tutto era un’invenzione: fu un’operazione canadese con il supporto tecnico americano.
Il “rifiuto” britannico e neozelandese: Una bugia diplomatica
Una delle scene più tese nella prima parte del film mostra i sei americani che bussano alle porte delle ambasciate britannica e neozelandese, venendo respinti e lasciati soli in mezzo alla strada. Questa sequenza è stata inserita esclusivamente per aumentare il senso di isolamento e vulnerabilità dei protagonisti, ma è del tutto falsa.
In realtà, i diplomatici americani furono ospitati per una notte dall’ambasciata britannica. Tuttavia, si decise di comune accordo che la residenza canadese fosse un nascondiglio più sicuro e meno sorvegliato dai militanti rivoluzionari. Anche i diplomatici neozelandesi aiutarono attivamente, portando cibo e rifornimenti ai rifugiati e guidandoli persino all’aeroporto il giorno della partenza. Quando il film uscì nel 2012, queste scene causarono un discreto risentimento diplomatico, poiché dipingevano gli alleati degli Stati Uniti come codardi o indifferenti, quando in realtà avevano rischiato la vita per collaborare.
La scena del Bazar: Pura tensione cinematografica
Una delle sequenze più memorabili di Argo è il sopralluogo al Gran Bazar di Teheran. Vediamo la finta troupe cinematografica circondata da una folla ostile, con i flash delle macchine fotografiche che scatenano l’ira dei locali e i protagonisti che riescono a scappare per un soffio.
Nella realtà, quel sopralluogo non è mai avvenuto. Tony Mendez e i sei diplomatici erano ben consapevoli che farsi vedere in pubblico in un luogo così affollato e politicamente surriscaldato sarebbe stato un suicidio. Durante tutto il periodo della loro permanenza, i sei americani rimasero quasi sempre chiusi in casa, passando il tempo a leggere, giocare a scarabeo e cucinare. La tensione non derivava da inseguimenti o scontri fisici, ma dalla logorante attesa psicologica e dal timore costante di un’irruzione che, fortunatamente, non avvenne mai.
Il climax all’aeroporto: La realtà contro il montaggio
Il finale del film è un capolavoro di suspense: i rivoluzionari che scoprono l’inganno all’ultimo secondo, la telefonata a Hollywood che viene risposta proprio mentre il telefono squilla a vuoto, e le jeep iraniane che inseguono l’aereo sulla pista di decollo. È una sequenza che tiene il pubblico senza fiato, ma è quasi interamente inventata.
L’esfiltrazione reale fu, per fortuna di Mendez, incredibilmente noiosa. Il gruppo scelse un volo della Swissair che partiva la mattina presto, verso le 5:30. A quell’ora, le guardie rivoluzionarie all’aeroporto di Mehrabad erano stanche, assonnate e poco propense a controllare minuziosamente i documenti. Non ci furono controlli incrociati dell’ultimo minuto, non ci furono telefonate a Los Angeles per confermare l’identità della casa di produzione e, certamente, non ci fu alcun inseguimento armato sulla pista. L’aereo decollò senza intoppi e solo quando entrarono nello spazio aereo internazionale il gruppo festeggiò con un giro di Bloody Mary. Hollywood ha trasformato una procedura burocratica eseguita magistralmente in una fuga da film d’azione.
Studio Six e Hollywood: Quanto c’era di vero?
Se il finale è romanzato, la parte dedicata alla preparazione del falso film è sorprendentemente accurata. La CIA creò davvero la “Studio Six Productions” e prese uffici che erano stati precedentemente utilizzati da Michael Douglas per il film Sindrome Cinese.
John Chambers, il truccatore che nel film è interpretato da John Goodman, era davvero un collaboratore regolare della CIA (aveva creato kit di travestimento per agenti in tutto il mondo). L’annuncio del film Argo fu realmente pubblicato su testate come Variety e The Hollywood Reporter. L’idea era che, se un ufficiale iraniano avesse controllato le riviste di settore americane, avrebbe trovato prove della produzione. Questo dettaglio sottolinea come la realtà della missione fosse basata più sulla meticolosità del marketing che sulla velocità dei riflessi.
Il “dopo” e il segreto di Mendez
Il film accenna al fatto che Mendez non poté ricevere subito il riconoscimento pubblico. Questo è vero: la medaglia al valore gli fu consegnata in una cerimonia privata e dovette restituirla subito dopo per motivi di sicurezza, poiché l’operazione doveva rimanere segreta per non mettere in pericolo gli ostaggi rimasti a Teheran.
Tuttavia, il film omette un dettaglio umano interessante: Mendez, nella realtà, portò con sé a Teheran non solo l’idea di Argo, ma anche delle bottiglie di alcol per aiutare i diplomatici a rilassarsi e a entrare nel personaggio. Inoltre, Affleck interpreta un Mendez solitario e malinconico, mentre il vero Tony era un uomo con una vita familiare complessa ma solida, la cui forza risiedeva in un ottimismo incrollabile e in una creatività fuori dal comune che lo portava a vedere soluzioni dove altri vedevano solo muri.
Perché queste modifiche sono importanti?
Ben Affleck ha difeso le scelte narrative di Argo spiegando che il suo obiettivo non era fare un documentario, ma un dramma che trasmettesse la sensazione di quel momento storico. Se avesse filmato la realtà — sei persone sedute in un salotto per tre mesi e una tranquilla passeggiata in aeroporto — avrebbe fatto un film accurato ma probabilmente poco coinvolgente per il grande pubblico.
Le modifiche servono a personificare il pericolo. Le jeep sulla pista rappresentano la minaccia costante della rivoluzione; il rifiuto delle altre ambasciate rappresenta l’isolamento geopolitico degli USA; la centralità della CIA serve a creare un arco narrativo per il protagonista. In questo senso, Argo è un film sulla potenza del cinema stesso: usa i trucchi del cinema per raccontare una storia in cui i trucchi del cinema hanno salvato delle vite.

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